21-08-2008 econoticiasbolivia
Le bande fasciste prendono il controllo di cinque delle 10 città più grandi della Bolivia ed impongono la loro legge, di fronte alla passività del presidente Morales che si lamenta e chiede dialogo e concertazione con i sediziosi. La razzista oligarchia boliviana, i prefetti (governatori) conservatori ed i 100 potenti clan che controllano la terra ed i grandi commerci, hanno scatenato un nuovo attacco sovversivo per consolidare il loro dominio e potere su cinque delle nove regioni della Bolivia e mettere in riga il presidente indigeno, Evo Morales, che, in un eccesso di democraticismo, crede ancora che il voto popolare basti ed avanzi per ottenere che il fascismo ammaini le bandiere ed appoggi la sua amministrazione.
Martedì scorso, le forze della destra, che esercitano un ferreo controllo sull'oriente e parte delle valli della Bolivia (Santa Cruz, Beni, Pando, Tarija y Chuquisaca) hanno sviluppato un contundente sciopero civico contro Morales, esigendo la restituzione delle risorse derivate dallo sfruttamento del gas ed il riconoscimento delle loro illegali ed incostituzionali autonomie separatiste. Nelle cinque principali città di queste regioni la mattina lo sciopero si concludeva senza incidenti più grandi. Molti attuavano uno sciopero di 24 ore, appoggiando i loro dirigenti civici, politici e gli impresari di destra, mentre altrettanti rispettavano le misure per evitare rappresaglie e la violenza dei gruppi fascisti che hanno il controllo dei punti strategici delle città. In queste regioni dell'oriente e delle valli, da un anno, il potere reale sta nelle mani dei prefetti conservatori e delle bande fasciste che agiscono nella totale impunità e che, perfino, attaccano e vessano la Polizia ed i suoi comandanti, che sono leali ad Evo Morales.
IL FASCISMO ALZA LA TESTA
A Santa Cruz, all'alba di martedì scorso, le bande fasciste dell'Unione Giovanile Cruceñista, con scudi, bastoni ed armi corte, colpivano i cittadini che si rifiutavano di rispettare lo sciopero, aggredivano e prendevano a calci i poliziotti, bruciavano i veicoli della polizia e distruggevano i negozi che osavano aprire le loro porte. La stessa cosa hanno fatto, anche se in scala maggiore, il passato venerdì e sabato, quando hanno cercato di prendere il Comando di Polizia. Lì non ci sono più legge ed ordine, se non quelli imposti con la forza dall'ultradestra fascista. Lì, Evo Morales è una persona "non gradita". Più a nord, a Cobija, la capitale di Pando, ci sono blocchi organizzati da bande fasciste che hanno armato "colonne civiche" che spaventano e colpiscono i dissidenti. I gruppi violenti hanno chiuso i ponti, non lasciano passare neanche la gente e tutti i commerci sono chiusi. Ci sono provocazioni ed insulti. A Sucre, la capitale razzista di Chuquisaca, non funzionano i trasporti, non ci sono le lezioni nelle scuole, non funzionano gli uffici pubblici e c’è molto poco commercio. Funzionano solo i mercati contadini. A Tarija, nel sud, i gruppi giovanili di scontro hanno preso gli uffici pubblici, e non ci sono né commercio né trasporti. Anche a Trinidad, la capitale del Beni, lo sciopero è forte, non ci sono notizie di incidenti e nessuno osa affrontare i conservatori. In tutte queste città e regioni, le forze che appoggiano il presidente Morales sono messe in un angolo. Lì non serve, neanche per consolarsi, che il passato 10 agosto circa quattrocentomila persone abbiano votato a favore di Evo e contro un'oligarchia, che fa e disfa a suo piacere.
LAMENTO ANDINO
Di fronte a questo assalto fascista, il governo di Morales ha fatto quello di sempre, si è lamentato dei fatti e ha condannato verbalmente la destra, ma ha continuato a ricontare la sua montagna di voti (un po' più di due milioni) che crede sufficienti a piegare pacificamente la congiura contro di lui. Il portavoce del Governo, Iván Canelas, ha denunciato che "il Prefetto di Santa Cruz, Rubén Costas, è dentro un processo di deliberata cospirazione e destabilizzazione della democrazia nel paese, è come un prefetto della violenza e dell'insulto". "È un prefetto che non ha capito il risultato del referendum revocatorio di domenica e che non vuole entrare in un processo di concertazione e di dialogo", ha aggiunto. Il portavoce di Morales ha annunciato che, nonostante l'aggressività del prefetto cruceño, "il Governo continua a tendergli la mano, continua a proporre un dialogo, una concertazione per risolvere i problemi del paese nell'ambito più pacifico possibile". DIALOGO E APOLOGIA Questa nuova invocazione al dialogo c'è stata dopo che era fallita una prima riunione, dopo che l'oligarchia ed i prefetti avevano respinto la proposta di Morales, che aveva offerto un patto sulle autonomie, la nuova Costituzione e la distribuzione delle risorse fiscali. Il primo tentativo di Morales per ottenere un patto di largo respiro con l'oligarchia c'è stato all'inizio della settimana scorsa, dopo il referendum revocatorio del 10 agosto che ha ratificato nei loro incarichi Evo, il suo vicepresidente Álvaro García Linera ed i loro principali oppositori di destra. Nelle urne, Evo ha ottenuto il 67 percento dei voti (2,1 milioni), il prefetto Rubén Costas di Santa Cruz il 66 percento (450 mila voti), Mario Cossío di Tarija il 58 percento (78 mila), Ernesto Suárez del Beni il 64 percento (64 mila voti), e Leopoldo Fernández di Pando il 56 percento (15 mila voti). Questa votazione è stata considerata da tutti gli scribacchini ed apologisti di Morales, dentro e fuori del paese, un "trionfo" storico come mai di sia visto, "una vittoria storica", "una lezione per l'impero" ed alcuni, servili, non hanno tremato a lodare "Evo il magnanimo", tutto ciò affinché ad un tavolo di negoziazione il presidente indigeno trasformi quei due milioni di voti in un patto con l'oligarchia ed il fascismo.
COSPIRAZIONE APERTA
Tuttavia, le elite biancoidi non vogliono saperne niente del "presidente indio" ed vanno avanti nel loro desiderio di rovesciarlo dall'incarico e finirla con i sindacati e le organizzazioni sociali che sono una minaccia ai loro privilegi ed ai milionari guadagni. "L'obiettivo politico che stanno cercando è la destabilizzazione del Governo ed il rovesciamento del presidente Evo Morales, lo hanno tentato il 10 agosto e non ci sono riusciti, per questo motivo stanno portando avanti una strategia per dividere il paese", ha detto Jorge Silva, deputato del filogovernativo Movimento al Socialismo (MAS). Il suo collega, Gustavo Torrico, ha assicurato che "ciò che stanno cercando, i prefetti conservatori, è una specie di separatismo perché sanno che i loro privilegi sono finiti, e cercano di preservare quei privilegi che avevano e faranno tutto l'umanamente possibile e perfino l'impossibile per preservarli." A dispetto di ciò, il Governo ha assicurato che persisterà nel dialogo coi fascisti e che non userà la forza per frenare la sovversione. Il senatore delle MAS, Antonio Peredo, ha detto - come ha recensito l'agenzia Bolpres - che i gruppi violenti provocano il Governo affinché reagisca violentemente. "La soluzione più semplice è che il Presidente Evo Morales faccia un autogolpe, chiuda il Congresso, licenzi i giudici, nomini i giudici per decreto e si proclami autorità suprema con l'appoggio dei due terzi della popolazione ed andiamo in prigione con tutta la gente che fa ciò. Io credo che questa sia l'immagine che loro vogliono portare avanti e che il Governo non accetterà quella sfida."
POLITICA CONCILIATRICE
Nei fatti, Morales ha optato di trattare con i guanti di seta l'oligarchia, il fascismo ed i 100 clan, che sono in aperta guerra e vogliono distruggere il Governo indigeno, i sindacati e le organizzazioni popolari e rivoluzionarie. Evo non vuole né pensa di distruggere il fascismo e l'oligarchia. Al contrario, lavora per organizzare un patto con loro, per ottenere che le minoritarie elite biancoidi condividano il potere con le emergenti elite indigene, come ha ammesso chiaramente il vicepresidente García Linera. Il progetto politico governativo è irrobustire il "capitalismo andino", sostenuto dalla proprietà privata, nel rispetto degli investimenti stranieri e nel rafforzamento della borghesia nazionale e dei piccoli produttori privati, con l'apporto e la partecipazione statale. Evo vuole, in fondo, associarsi con gli oligarchi e le transnazionali e pretende di avanzare verso una nuova Costituzione Politica dello Stato che preservi questi interessi, ma che riconosca anche tutti i diritti delle comunità indigene e contadine, e che gli permetta di essere rieletto nell'incarico per i seguenti 10 anni. Per ciò, di fronte ad ogni attacco della destra, offre l'altra guancia e disprezza le insistenti domande dei sindacati e delle organizzazioni popolari che credono che non sia possibile convivere con l'oligarchia ed il fascismo e che sia necessario distruggerli.
LA TERZA VIA
Per ciò, Evo non ascolta la Centrale Operaia Boliviana (COB) che chiede la distruzione del "nemico principale" e lotta per l’attuazione della "agenda di ottobre" del 2003 (strappandogli le terre, le miniere, l'agroindustria, il gas ed il petrolio). All'interno della COB, i sindacati più radicali, come i minatori ed i maestri, sono sicuri che una montagna di voti non sia sufficiente a liquidare l'oligarchia né ad obbligare Morales ad avere la mano dura contro la destra e ad attuare l'agenda di ottobre, gas, petrolio e miniere per lo Stato, terre ai contadini ed un buon salario, un impiego ed una pensione degni per i lavoratori. Altri, invece, ancora sperano che Evo smetta di essere tanto morbido con l'oligarchia e dia attuazione alle richieste popolari. Al riguardo il documento politico del Congresso della Centrale Operaia di Oruro è eloquente. "Deplorevolmente, il MAS, fedele alla sua linea riformista, ignora e non applica le richieste contenute nella'Agenda di lotta del popolo boliviano, mantenendo una politica economica neoliberale e causando le crisi ed i problemi economici che sono propri di questo modello. Inflazione, disoccupazione, fame e miseria sono i flagelli di questa politica economica che subiamo da decadi, da quando si è imposto il neoliberalismo attraverso il 21060." "Gli accordi, i patti e le concessioni accordate dal MAS alla minoranza oligarchica fa parte della sua politica di conciliazione ed intesa col nemico di classe utilizzando la storia della trasformazione dei padroni in soci." "L'esperienza dell'Assemblea Costituente e della propagandizzata Rivoluzione Democratica Culturale, che è la linea del governo, ci dimostra l'impossibilità materiale di conseguire la rivoluzione in maniera pacifica, alternativa praticata di volta in volta dal riformismo riuscendo solo a prolungare l'agonia del capitalismo e a mantenere lo sfruttamento crudele di milioni di lavoratori, una gigantesca disoccupazione ed una esasperante povertà".
LOTTA FRONTALE
Tra i sindacati più radicali della COB c'è la certezza che la conciliazione con l'oligarchia ed il fascismo non porterà niente buono ai lavoratori ed al paese. "Non esiste un'altra opzione se non quella di preparare le forze del proletariato e del popolo ad un confronto finale e violento (contro l'oligarchia e l'imperialismo, NdR) dove la vittoria dei lavoratori e del popolo renderanno possibile la costruzione di una nuova e vera società della maggioranza", dice la Centrale di Oruro. In questa prospettiva, questi sindacati propongono "l'unità dei lavoratori del campo e della città, delle nazioni originarie, della classe media impoverita e di tutto il popolo tutto della Bolivia contro la minoranza oligarchica e proprietaria terriera che pretende di dividere il paese attraverso i comitati civici della mezza luna, entità imprenditoriali, transnazionali e partiti politici neoliberali riciclati come Un, PODEMOS, MNR, MIR, NFR, etc.". Il suo nord è la "lotta decisa ed organizzata insieme alla nostra organizzazione madre, la COB, per imporre l'Agenda di lotta del 2003 e 2005 come unica forma di approfondire il processo rivoluzionario del paese boliviano". Tutto ciò, tuttavia, urta contro l'orientamento governativo, che continua a vantarsi del suo trionfo alle urne, mentre la destra fascista impone la sua legge nelle strade.
da Rebeliòn